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Le
lotte degli abitanti della Val di Susa, in Italia, ancora
in corso, contro la costruzione di una linea ferroviaria
veloce, pongono in termini stringenti un problema di democrazia,
che va al di la dell’oggetto della disputa. Cio e
stato rilevato da diversi commenti, in Italia e all’estero.
La nuova linea ferroviaria e infatti un’opera imponente
e costosa, che interessa tutto il paese. Ma essa sconvolgerebbe
l’ambiente e la vita degli abitanti della valle, con
possibili conseguenze negative anche per la loro salute.
Non c’e dubbio che l’opera sia stata decisa
dagli organismi politici democraticamente eletti (parlamento,
governo, regione). Ma questi organismi hanno il diritto
di usare gli strumenti della democrazia rappresentativa
per imporre a un gruppo di persone piu ristretto una scelta
che li tocca da vicino, e a cui esse sono contrarie? Nella
Val di Susa l’opposizione alla nuova linea ferroviaria
e generalizzata e decisa: gli abitanti sostengono che le
loro obiezioni, che risalgono a molti anni fa, non sono
mai state prese in seria considerazione dai governi che
si sono succeduti (tanto di centrosinistra quanto di centrodestra).
Senza affrontare la questione di chi abbia ragione e chi
abbia torto in questa discussione, una cosa e sicura: questa
vicenda dimostra che la sola esistenza di strutture politiche
“democratiche” (un parlamento eletto con procedure
trasparenti e senza brogli) non basta da sola a creare “democrazia”.
Gli abitanti della valle non possono non sentire la scelta
della nuova ferrovia come una imposizione antidemocratica
e autoritaria nei loro confronti, anche se essa ha rispettato
le regole formali della “democrazia”.
La questione dei rapporti fra la democrazia formale (democrazia
rappresentativa) e la democrazia diretta attraversa tutta
la storia di questa forma di governo cosi recente, nonostante
gli esempi del passato (Atene e Roma). Presente in ogni
dibattito costituzionale alle origini della democrazia in
Inghilterra, Stati Uniti e Francia, oltre che nell’esperienza
del movimento operaio nel XIX secolo e nella rivoluzione
russa, questa questione e tornata d’attualita con
le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione,
e con la possibilita digitale di connessione diretta e istantanea
fra i soggetti. In particolare negli anni ottanta del secolo
scorso gli esponenti della cosiddetta “Californian
Ideology”[1],
richiamandosi al pensiero di Thomas Jefferson, hanno teorizzato
una “democrazia elettronica” in grado di avvicinare
gli elettori agli eletti, e forse anche di superare la nozione
stessa di “rappresentanza”. Ma la declinazione
che a queste idee hanno dato il leader repubblicano Newt
Gingrich e il mancato candidato alla presidenza Ross Perot
avvicinano piuttosto questa nuova democrazia elettronica
a una “democrazia televisiva” plebiscitaria
e quasi peronista, ben conosciuta anche in anni recenti
attraverso l’esperienza italiana di Berlusconi. Non
occorrono le tecnologie digitali per interpellare continuamente
il pubblico (anche quello della politica) con i sondaggi,
e spingerlo a pronunciarsi sugli argomenti piu disparati:
ma dopo che il cittadino ha espresso la sua opinione, che
garanzia abbiamo che i vertici della politica (o i controllori
dei sistemi di indagine) ne tengano conto? Questo e il dubbio
che anche Janez Janša ha inteso insinuare nello spettatore
con il suo Demokino.
Ma una questione di democrazia sorge anche quando guardiamo
alla politica internazionale. Dalle insufficienze del Parlamento
europeo al rifiuto popolare della nuova costituzione dell’Europa,
dalla crisi dell’Onu al decisionismo arrogante dei
governi Usa, viene spontanea una domanda: come fare in modo
che gli orientamenti dell’opinione pubblica internazionale
siano recepiti dai governi? Ricordiamo che nel 2001 e nel
2003 le piu imponenti mobilitazioni mondiali per la pace
non sono riuscite a impedire la guerra in Iraq. Il riferimento
alla guerra ci porta a collegare il problema della democrazia
con quello del diritto e della giustizia. Alle radici della
spinta verso la democrazia c’e stato, nell’eta
moderna, un innegabile desiderio di giustizia.
Si pensava che, affidata al popolo, la sovranita avrebbe
saputo superare le iniquita dell’ancien régime:
il regime democratico era giustificato soprattutto dalla
previsione che, nelle mani del popolo, il potere sarebbe
stato piu giusto. Le cose non sono andate cosi (e sul problema
del diritto e della giustizia torneremo piu avanti). Anche
perché (terzo ed ultimo problema) una sfera della
vita umana particolarmente importante, quella dell’economia,
si e sempre dimostrata particolarmente refrattaria alla
democrazia. E l’economia capitalistica, nella sua
piu recente versione postfordista, ha un ruolo sempre crescente
(si potrebbe dire invadente) nella vita contemporanea.
Il effetti il problema della democrazia si pone oggi in
una situazione caratterizzata da tre tratti emergenti: la
dittatura dell’economia su ogni altro aspetto
della vita individuale e associata; la costituzione e il
rafforzamento dell’occidente come Impero;
la generalizzazione del ricorso alla guerra per
creare le condizioni di espansione di questo Impero in tutte
quelle situazioni in cui cio sembri impedito od ostacolato.
La combinazione di queste tre caratteristiche rende difficoltoso
l’effettivo dispiegarsi della democrazia, e in particolare
lo sviluppo delle potenzialita culturali e di vita implicite
nelle tecnologie digitali – o meglio, costringe e
limita questo sviluppo ai soli aspetti in cui le tecnologie
digitali possono essere utilizzate come strumento di rafforzamento
del dominio di classe. Gli esempi di cio sono innumerevoli
e sotto gli occhi di tutti: dal ruolo delle tecnologie nella
preparazione, la conduzione e la gestione della guerra,
alle strategie di controllo dei flussi migratori, all’uso
della “flessibilita” gestita dalle tecnologie
per rinsaldare l’espropriazione e la limitazione dei
diritti dei lavoratori di ogni tipo e strato.
In questa situazione e forse utile tornare a riflettere
un momento sul concetto di giustizia e sui fondamenti del
diritto.
Diritto, violenza, guerra
In un saggio del 1921, Zur Kritik der Gewalt, (Per
la critica della violenza)[2],
Walter Benjamin analizza la questione della violenza in
relazione al diritto e alla giustizia, concetti che, egli
dice, definiscono la sfera dei rapporti morali. Benjamin
parte dalla correlazione fra questi due concetti nelle tesi
del diritto naturale e del diritto positivo: “il diritto
naturale,” egli scrive, “tende a ‘giustificare’
i mezzi con la giustizia dei fini, il diritto positivo a
‘garantire’ la giustizia dei fini con la legittimita
dei mezzi.” In questo approccio che vede la violenza
come un legame inscindibile (posto dalla natura o postulato
dalla ragione) tra mezzi e fini, Benjamin e aiutato dalla
specificita del termine tedesco Gewalt, che significa
tanto “violenza” quanto “autorita”
o “potere costituito.” Nella lingua inglese
un’analoga correlazione fra violenza e diritto si
trova nell’espressione to enforce the law,
che nella “applicazione della legge” vede direttamente
un utilizzo della forza, e rende piu esplicita l’idea
che non sia possibile concepire il diritto al di fuori di
una dimensione di violenza, vuoi originaria (creazione della
legge) vuoi ripetuta (applicazione, enforcement
della legge). Il cuore del saggio di Benjamin e pero dedicato
proprio a una destrutturazione di questo legame (espresso
in tedesco nel modo piu esplicito dall’ambiguita del
termine Gewalt), e quindi a una separazione fra
il diritto e la giustizia. Mentre il diritto, che e inscindibile
dal potere, viene dal nostro autore avvicinato alla violenza
mitica come “semplice manifestazione degli dei”
(l’esempio che egli fa e quello dello sterminio dei
figli di Niobe da parte di Apollo e Artemide), la giustizia
ha a che fare con la violenza divina (o “pura”:
l’esempio che fa Benjamin in proposito e di origine
biblica, ed e il giudizio di Dio sulla tribu di Korah, e
la distruzione selettiva dei leviti). Questa polarita fra
diritto e giustizia Benjamin vuole ritrovarla nella distinzione,
ripresa da Sorel, fra sciopero generale “politico”
e sciopero generale “proletario”: il primo mira
a conquistare lo stato, e lo fa con i mezzi di una violenza
ricattatoria (“riprenderemo il lavoro se…”),
il secondo mira invece a distruggere ogni potere statale,
e si pone quindi come un “mezzo puro”, e percio
privo di violenza. Con un chiaro esempio di quella alleanza
tra materialismo storico e teologia che sara piu tardi evocata
nella prima delle 18 Tesi di filosofia della storia,
Benjamin conclude definendo “riprovevole” ogni
violenza mitica, sia quella che “pone” il diritto
sia quella che lo “conserva,” mentre “la
violenza divina, che e insegna e sigillo, mai strumento
di sacra esecuzione, e la violenza che governa.”
A quasi settant’anni di distanza, Jacques Derrida
torno su questo saggio di Benjamin con un testo del 1989,
Forza di legge. Il “fondamento mistico dell’autorita”[3].
In esso il filosofo francese tenta una decostruzione della
struttura concettuale del saggio benjaminiano, per mettere
in dubbio la distinzione tra violenza “fondatrice”
e violenza “conservatrice” del diritto (cioe
fra l’atto originario di interruzione delle condizioni
preesistenti teso a fondare un nuovo diritto – guerra,
o sciopero generale – e la pratica iterativa, ripetuta,
di applicazione – enforcement – della legge).
In ogni momento di instaurazione (cioe di fondazione) del
diritto, come del linguaggio, e inscritta secondo Derrida
una “forza interpretativa,” la possibilita di ripetere quell’atto
per interpretarlo in condizioni nuove: ogni fondazione,
quindi, ha in sé implicita l’applicazione, e ogni applicazione
rimanda sempre, in qualche modo, alla fondazione. E nell’intreccio
fra queste due dimensioni che Derrida e portato a vedere
“cio che Montaigne e Pascal chiamano il fondamento mistico
dell’autorita.” “Dato che l’origine
dell’autorita, la fondazione o il fondamento, la posizione
della legge, per definizione, in definitiva possono basarsi
solo su se stesse, esse sono a loro volta una violenza senza
fondamento. Il che non vuol dire che siano ingiuste in sé,
nel senso di ‘illegali’ o ‘illegittime’.
Non sono né legali né illegali nel loro istante
fondatore. Eccedono l’opposizione del fondato e del
non-fondato, come pure di ogni fondazionalismo o antifondazionalismo.”
In altri termini: “nessun discorso giustificativo
puo né deve assicurare il ruolo di metalinguaggio
rispetto alla performativita del linguaggio istituente o
alla sua interpretazione dominante.”
Il discorso decostruzionista di Derrida mi sembra abbastanza
persuasivo nel mettere a nudo il circolo vizioso tra mezzi
e fini (il “doppio legame,” come lui stesso
lo chiama in un passo successivo). Cio rende difficile utilizzare,
come spesso hanno fatto i movimenti pacifisti internazionali,
il richiamo al “diritto internazionale” per
crioticare la politica di Bush e Blair fondata sulla guerra.
E rende anche problematica una fondazione esclusivamente
giuridica della democrazia. Nel saggio di Benjamin c’e
un’osservazione su cui vale la pena riflettere. Commentando
un’affermazione di Kurt Hiller (“ancora piu
in alto della felicita e della giustizia di un’esistenza
– e l’esistenza stessa come tale”), Benjamin
osserva: “Falsa e miserabile e la tesi che l’esistenza
sarebbe superiore all’esistenza giusta, se esistenza
non vuol dire altro che la nuda vita (…). L’uomo
non coincide infatti in nessun modo con la nuda vita dell’uomo;
né con la nuda vita in lui né con alcun altro
dei suoi stati o proprieta, anzi nemmeno con l’unicita
della sua persona fisica.” Osservazione particolarmente
attuale nell’era della biopolitica. Paradossalmente,
infatti, la guerra infinita proclamata oggi dal centro dell’Impero
pretende proprio di garantire il diritto all’esistenza
di coloro su cui interviene. Si preoccupa infatti che le
operazioni spengano il minor numero di vite possibile (anche
se poi naturalmente non ci riesce), ma non si preoccupa
che le vite cosi salvate abbiano il diritto a una “esistenza
giusta”, o meglio, pretende di dettare, al posto degli
interessati, che cosa sia un’esistenza giusta: un’esistenza
vissuta sotto le regole e le condizioni del modo di vita
occidentale – liberista, consumista, individualista
nella sfera del consumo e omogeneizzato in quella della
produzione e dell’immaginario. Ecco allora, forse,
l’unico discorso possibile per fondare davvero un’opposizione
alla guerra e una fondazione della democrazia: rivendicare
il diritto alla giustizia (non praticare la giustizia del
diritto), perché della pratica della giustizia fa
parte integrante la liberta che dev’essere riconosciuta
a ogni essere umano e a ogni collettivita di autodeterminare
le condizioni della propria vita e del proprio sviluppo.
La democrazia e davvero utile?
Ma le trasformazioni della produzione e della circolazione
dei saperi conseguenti all’avvento del digitale hanno
acuito il problema politico delle forme della democrazia:
questo problema e stato posto, in varie forme, tanto dai
movimenti di contestazione al neoliberismo noti come “no
global” o “new global”, quanto dai settori
politicamente piu coscienti del movimento del free software.
Riflettendo sulla decostruzione della democrazia reale operata
da Jaques Derrida nel suo Politiche dell’amicizia,
Jean-Luc Nancy e intervenuto recentemente su questo problema.
In una recente intervista[4]
egli ha affermato:
In questo momento ho l’impressione che ci sia l’attesa
che prendano corpo delle forme. Non si aspettano degli individui,
dei grandi pensatori, degli artisti. I grandi pensatori,
i grandi artisti arrivano quando le forme sono date ed e
allora che essi entrano in scena. Effettivamente ci sono
delle epoche che hanno delle forme e delle non forme. Il
grande sforzo dell’arte contemporanea e quello di
trovare le forme. Noi oggi siamo in una deformazione
generale, e questa deformazione e la realta in cui viviamo.
(…) La democrazia si realizza sempre nella forma della
democrazia rappresentativa. Ma c’e un tipo di democrazia
che non ha una forma, ed e quella della democrazia diretta,
dei consigli, dei soviet. Al di la della democrazia
reale c’e dunque qualche altra forma politica
da cercare. [corsivi miei, a.c.]
Le osservazioni di Nancy mi sembrano contrastare coraggiosamente
la pigrizia imperante con la quale dalla fine del secolo
scorso, tanto a destra quanto a sinistra, si sono disinvoltamente
liquidate le esperienze di democrazia diretta e alternativa
dei movimenti di opposizione sociale del Novecento attraverso
la loro comoda identificazione con gli stati oppressivi
e dittatoriali del socialismo reale (e ignorando che proprio
sulla repressione – o nel migliore dei casi sull’assorbimento
– di quelle esperienze quegli stati hanno potuto costituirsi).
Il richiamo ai consigli e ai soviet potrebbe essere invece
una delle chiavi per riflettere oggi, nelle mutate condizioni,
sulla crisi delle istituzioni rappresentative (e cioe della
politica in quanto tale, oltre che della democrazia) e sulle
nuove forme possibili della convivenza sociale e della gestione
della cosa pubblica. Dovrebbe essere pacifico che la democrazia
rappresentativa (e cioe l’unica forma di democrazia
che si e effettivamente e stabilmente realizzata nella storia)
e un frutto della modernita, e cioe (tenendo ferma l’impostazione
macluhaniana) e figlia del pensiero alfabetico e della stampa.
Non dovrebbe quindi sembrare strano né che alla fine
dell’era dell’alfabeto ci sia “qualche
altra forma politica da cercare”, né che queste
eventuali nuove forme abbiano qualcosa a che fare con le
nuove tecniche e le nuove pratiche della comunicazione postalfabetica
(digitale).
Il fatto che siano stati sinora solo settori della destra
(come abbiamo visto) a tentare di elaborare questo problema,
vale forse a spiegare la reticenza della sinistra a livello
mondiale a confrontarsi con esso, ma non assolve certo la
sinistra stessa dal suo ritardo storico e dalla sua incapacita
a pensare i processi reali della trasformazione sociale.
Sul tema della democrazia sono poche, a sinistra, le voci
che propongano una riflessione all’altezza dei problemi.
Fra queste mi pare ci sia quella di Mario Tronti, che riflettendo
sulla sconfitta della classe operaia (da lui definita “l’ultima
grande forma storica di aristocrazia sociale”), mette
in guardia i nuovi soggetti sociali che faticosamente tentano
di creare le condizioni per “un’altra possibile
rottura storica” dal farsi imbrigliare in quella che
lui chiama “la rete dell’attuale democrazia
reale”:
La democrazia di oggi non e il potere dei piu ma e il potere
di tutti. Perché e il processo appunto di omologazione,
di massificazione dei pensieri, dei sentimenti, dei gusti,
dei comportamenti, che si esprime in quella potenza politica
che e il senso comune. (…) Dopo il tramonto delle
gloriose giornate della lotta di classe, non ha vinto né
il grande borghese né il piccolo borghese. Ha vinto
il borghese medio. La democrazia e questo: non e la tirannia
della maggioranza, e la tirannia dell’uomo medio.
E questo uomo medio fa massa dentro la categoria nietzschiana
degli ultimi uomini.[5]
Il salto del digitale, le “identita emergenti”
che cercano “una forma piu alta di coscienza”
di cui ha recentemente parlato Derrick de Kerckhove, non
postulano soltanto nuove teorie scientifiche e sociali capaci
di far interagire (e forse superare) i concetti di materia
e di informazione: esse richiedono anche nuovi strumenti
di lettura della societa e nuovi strumenti di azione per
muoversi all’interno dei conflitti sociali. Queste
nuove identita emergenti trovano i loro luoghi di incubazione
principali tra i lavoratori immateriali della conoscenza
– quelli che in un recente lavoro Wark McKenzie ha
definito “hacker” in senso generalizzato, rivolgendo
loro la stessa esortazione a unirsi che Marx ed Engels rivolsero
un secolo e mezzo fa alla classe operaia[6].
Se vogliamo che le innovazioni della tecnologia possano
dispiegarsi in tutta la loro potenza, e che il conflitto
sociale sia produttivo di nuovi equilibri e non di nuove
miserie, dovremo studiare prima di tutto i processi che
avvengono nei comportamenti e negli immaginari di questi
lavoratori.
(1) Per una critica della “Californian Ideology”, v. il
saggio di Richard Barbrook e Andy Cameron, “The Californian
Ideology. A critique of West Coast cyber-libertarianism,”
http://www.hrc.wmin.ac.uk/theory-californianideology.html
(2) Walter Benjamin, “Zur Kritik der Gewalt,” in Gesammelte
Schriften, Band 2, Suhrkamp Verlag, Frankurt am Main
1972-1989. Tr. it. di Renato Solmi in Angelus novus.
Saggi e frammenti, Einaudi, Torino 1962.
(3) Jaques Derrida, Force de loi. Le “Fondement mystique
de l’autorité”, Éditions Galilée, Paris 1994. Tr.it.
Forza di legge. Il “fondamento miustico dell’autorita,”
a cura di Francesco Garritano, Bollati Boringhieri, Torino
2003.
(4) Roberto Ciccarelli, “La Repubblica smarrita senza forma,”
Il manifesto, 12 novembre 2005.
(5) Mario Tronti, “Per la critica della democrazia politica,”
in: Guerra e democrazia, manifesto libri, Roma
2005.
(6) McKenzie Wark, Un manifesto hacker. Lavoratori immateriali
di tutto il mondo unitevi!, Feltrinelli, Milano 2005.
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