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Dziga
Vertov (il teorico del kino-glaz) era convinto che si potesse
fare un uso politico del cinema, trasformarlo nel mezzo
di una “decodificazione comunista del mondo”.
E' difficile capire se Janez Janša
abbia inteso, chiamando il suo ultimo progetto DemoKino,
rendere omaggio a uno dei padri del cinema o farsi beffa
delle sue velleita. Il progetto prevede un unico racconto
diviso in 8 filmati, sceneggiati da Antonio Caronia,
trasmessi in streaming e montati dalla partecipazione interattiva
degli spettatori. Il protagonista è Kolja, un giovane
sloveno mediamente istruito e mediamente interessato all'attualità,
che nei diversi momenti della sua giornata si trova ad affrontare,
novello Amleto, una serie di dilemmi. Che so, due mormoni
suonano al suo campanello e lui si mette a pensare alle
sette, ai Raeliani, alla clonazione. O naviga in rete, e
a un certo punto si pone la questione del copyright. Cosi,
tra una seduta in bagno e una telefonata Kolja si trova
a riflettere sull'aborto, l'eutanasia, gli OGM, la clonazione
terapeutica, il matrimonio omosessuale, la privatizzazione
dell'acqua. Discute i pro e i contra, poi si trova a decidere:
e qui interviene l'utente, che vota per lui; il voto della
maggioranza lo conduce alla prossima stanza, alla prossima
faccenda. E al prossimo dilemma. Di voto in voto, si approda
all'ultimo filmato, cui segue però, senza che noi
si abbia cliccato nulla, un ultimo breve corto. Al volto
ormai familiare di Kolja si sostituisce un clown sghignazzante:
“e se ti dicessi che tutto era deciso in partenza?”.
Cosi, con una melodia ebete e un sorriso sarcastico, crollano
tutte le illusioni a cui il “parlamento virtale”
di DemoKino aveva dato vita. Concetti come partecipazione
(inter)attiva, democrazia diretta, agora virtuale, liberta
di scelta si infrangono contro il naso rosso di un clown
come la democrazia italiana si e sciolta nelle performance
musicali dei pianisti; e come in Kafka, la chiarezza della
legge si contorce nei grovigli di una procedura che rimane
invisibile fino alla fine.
Ma quella della virtualità della democrazia contemporanea
e solo una delle questioni sollevate da DemoKino:
che discute nel contempo l'efficacia della tanto millantata
interattività della rete, e la trasformazione della
politica in biopolitica, ovvero la tendenza odierna a rendere
pubblico il privato, e trasformare la vita stessa in una
questione politica. Una complessità che è
di tutto il lavoro di Janša, artista italiano che nel
1995 si e trasferito a Ljubljana e vi ha fondato Aksioma,
una associazione no-profit che produce lavori che indagano,
attraverso i nuovi media, questioni sociali e politiche,
etiche e estetiche. Perché la vita è politica,
il terrorismo è teatro, e i problemi producono economia...
4
domande a Janez Janša
DQ.
Come nasce DemoKino? Ci sono
in esso tracce di una riflessione su un evento specifico
della nostra politica quotidiana, o è stato prodotto
da una riflessione più generale?
DG. In effetti, esiste un fatto specifico
che ha avuto una funzione scatenante: un articolo riguardante
il fenomeno dei pianisti, i senatori italiani documentati
nell'atto di esprimere il voto, attraverso l'apposito sistema
elettronico, al posto dei colleghi assenti. Con la votazione
per alzata di mano il pianista avrebbe dovuto alzare due
mani, il che avrebbe implicato un atto se non altro “coraggioso”
data la visibilità del gesto in aula.
Ma questo sistema analogico ed arretrato di votazione non
avrebbe certo permesso a personaggi come il Senatore Lucio
Malan di Forza Italia di esibirsi in un magistrale triplice
voto, a meno che non si fosse fatto prestare per tempo il
famoso terzo braccio di Stelarc.
Bene, questa notizia mi fece riflettere su tutta una serie
di questioni.
Accostando questa notizia, che è poi sintomatica
dell'inattendibilità della democrazia rappresentativa
o parlamentare, alla coscienza del fallimento della tesi
di Lévy sulla “democrazia in tempo reale”
ho sentito un grande senso di impotenza ed allo stesso tempo
la necessità di approfondire questi temi.
DQ.
DemoKino
si fa beffa tanto della presunta natura democratica dell'interattività
quanto della democrazia odierna tout court. In
entrambi i casi, la libertà di scelta sembra connaturata
al meccanismo, mentre invece e proprio il meccanismo che
la nega. Vedi qualche via d'uscita da questo impasse?
DG. Per considerare questa domanda bisognerebbe
riflettere attentamente sia sul significato di democrazia
che su quello di interattività.
Il concetto di democrazia, storicamente e filosoficamente
carico di significato, sembra oggi quanto mai vuoto, una
caricatura di se stesso, e lontano da quell'idea che vuole
il popolo sovrano. La volontà da seguire è
semmai quella dettata dall'economia e dai mercati. Sarebbe
più sensato coniare neologismi quali “econocrazia”
o “mercatocrazia”.
Nei lavori artistici, nei videogiochi, negli sportelli automatici
delle banche ed in altri prodotti “finiti” definiti
interattivi, l'azione reciproca, ovvero il provocare o subire
un processo di interazione, è meramente apparente.
L'interazione con questi dispositivi crea nell'utente una
forte sensazione di sovranità, di autodeterminazione
che però, ad una valutazione più attenta,
risulta essere priva di consistenza.
Ma esiste una forma di interattività e di scambio
reciproco di input, di provocazioni e di informazioni che
si verifica tra soggetti all'interno di comunità
- più o meno ampie - tanto nella realtà fisica
che nel cyberspazio. L'interattività tra individui
o tra nuclei di persone mi sembra molto più interessante,
molto più imprevedibile e creativa specialmente se
si intende l'interattività come “forza di coesione”.
Ad ogni modo anche questo tipo di interattività risente
delle limitazioni imposte dal sistema all'interno della
quale opera.
Per questo delle comunità, dei collettivi, cercano
di liberarsi da questa “tirannia” stabilendo
le proprie “regole del gioco” che spesso e volentieri
sono diametralmente opposte ed incompatibili con quelle
del “sistema imposto”.
DQ.
DemoKino
lega le scelte personali del suo protagonista a un parlamento
virtuale. Cosi, se la vanificazione finale del voto mortifica
i votanti, restituisce libertà di scelta al nostro
uomo. Credi che esista un conflitto tra libertà personale
e volontà collettiva?
DG. Onestamente non sono molto d'accordo
con la tua affermazione per almeno due ragioni. La prima
è che al termine di DemoKino il voto non
viene effettivamente vanificato, ma viene inoculato nel
cyber-elettore il dubbio che tutto sia stato predeterminato.
Non si tratta di un'affermazione bensì di un dubbio.
Il secondo motivo di disaccordo alla tua affermazione sta
nel fatto che in nessun modo viene restituita libertà
di scelta al “nostro uomo”. Egli infatti si
presenta allo spettatore/elettore in forma di protagonista
di otto cortometraggi che sono pre-registrati e che quindi
non possono in alcun modo essere modificati. Le decisioni
del cyber-elettorato influiscono sull'ordine cronologico
degli argomenti proposti dal protagonista e non sulle sue
azioni.
Il conflitto tra libertà personale e libertà
collettiva esiste certamente ed è un fatto innegabile.
L'unico modo per eliminare questo conflitto risiederebbe
in una forma di “volontà totalitaria”.
Impossibile.
DQ.
Se Problemarket indagava
l'evoluzione in senso economico della politica, DemoKino
riflette sulla politicizzazione della vita. Credi che i
due fenomeni siano connessi? Com'è la vita ai tempi
della biopolitica?
DG. I due fenomeni sono definitivamente
interconnessi, a mio giudizio.
L'economia ha intrappolato la politica la quale ha una diretta
influenza sulla vita di tutti i giorni. Così si potrebbe
dire che l'economia, filtrata dalla politica, detta legge
sulla vita di tutti i giorni.
Il predominio dell'economia sulla politica ha ridotto la
democrazia ad un rito formale, in cui dominano gli interessi
delle corporazioni. Le attenzioni principali sono rivolte
alla manutenzione della macchina capitalismo per evitare
che si inceppi. Non è l'uomo al centro della questione
ma la sopravvivenza del sistema.
La vita ai tempi della biopolitica è pertanto una
questione, se non marginale, perlomeno secondaria.
Cosa
pensi di DemoKino?
"Scrivere
le sceneggiature per DemoKino è stata un'esperienza
stimolante e intensa. Non sono uno sceneggiatore di professione,
e ciò che mi chiedeva Davide era interessante ma
difficile. Si trattava di dare forma ai pensieri di un personaggio
che riflette su dilemmi spesso crudi, a volte angoscianti,
comunque ben radicati nell'esperienza dell'oggi. Volevo
farlo da un lato in modo che apparissero riflessioni motivate
da episodi concreti, e non astratte; dall'altro senza far
emergere il mio personale orientamento verso l'una o l'altra
risposta. DemoKino è un lavoro un po' anomalo
nella produzione di Davide, perché e molto sbilanciato
verso l'arte pubblica e relazionale, ma senza la componente
di ironia e a volte di sberleffo che c'e in altre sue operazioni.
Mi sembra una bella sfida, e sono contento di aver partecipato
a questo progetto."
Antonio Caronia, direttore di socialpress
e sceneggiatore di DemoKino.
“With
the interactive mimicry of democratic decision-making, DemoKino
lucidly points out the symptoms of contemporary politics.
Using the interactive form in order to practically realize
the utopia of direct activity, it also demonstrates the
deep problems of this kind of activity. The project simulates
sessions on ethical and economic dilemmas, which we witness
on a daily basis, as well as the form of the political life
surrounding these bio-political questions.”
Dr. Bojana Kunst,
filosofo e vice-presidente della Società Slovena
di Estetica.
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